Itaca n. 6 - page 15

vite straordinarie
Franco Basaglia: il punto di vista di un operatore di allora
La Psichiatria evolve sul piano del valore tra
fasi di crescita ma anche di recessione e si
dimostra una disciplina che per essere valida
non può fare a meno di figure come lui.
Di Alberto Mancini
Chi non è più tanto giovane ha fisso nella sua
coscienza il concetto di Manicomio.
Una struttura fortificata, scura, ben isolata dal-
la gente comune ove venivano custoditi “I M’”.
Esisteva il mondo esterno ed il
manicomio; chi ne entrava non ne
usciva più o se raramente ne
usciva era come se ciò non
avvenisse, lo portava con sé,
“quello è stato in manicomio”.
A
nche se a volte aveva struttura mo-
derna con padiglioni in mattoni e
giardini vi era sempre un alto muro
che lo isolava, specie alla vista,
dall’esterno.
All’interno, ancora all’inizio degli anni 70, ogni
cosa era organizzata sulla gerarchia, con il
potere assoluto del Direttore del Manicomio,
unico che si rapportava alla Provincia, Ente
gestore, poi i medici le suore e gli infermieri.
I Pazienti avevano nicchie predestinate, non
contavano; erano incasellati in reparti predefi-
niti “Tranquilli”, “Agitati”, “Pericolosi”. . .
Pur lavorando, anche con grande perizia, ad
esempio nella tessitura delle tele robuste per
le camicie di forza e per le fasce di contenzio-
ne, nel ferro battuto per le inferriate e le chiavi,
in lavanderia per le lenzuola e coperte, aveva-
no una totale subalternità e non avevano un
pensiero.
Parlare con loro era deriso dai più, si parlava di
quell’operatore, “quello parla con i M’”.
Ma anche la coscienza del cittadino comu-
ne aveva altissima questa certezza; esistono
i Sani ed esiste il Manicomio in cui venivano
custodite le persone pericolose a sé o agli al-
tri o che fossero di pubblico scandalo, (Legge
14-02-1904 n. 36) ivi internate con certificato
medico, validato dal pretore; la relazione di
conferma del Direttore dell’Ospedale Psichia-
trico validata dal pubblico ministero rendeva il
ricovero permanente.
Ogni cosa era al suo posto, non ci si doveva
interrogare né si dovevano porre domande ad
altri; l’ordine delle cose era dato da una real-
tà superiore. Tutto questo non era catalogato
come custodia o repressione ma come “Cura
dei malati di Mente”.
Franco Basaglia
, nato nel 1924 a
Venezia
,
laureato nel ‘49 a Padova in medicina, spe-
cializzato nel 53 in Malattie nervose e Menta-
li, libero docente in Psichiatria nel 58 entra in
questo mondo.
Di famiglia agiata, antifascista per cui nel 43
aveva fatto un periodo in carcere, politicamen-
te di “sinistra”.
Non si può tacere la profondità culturale con
approfondimento nello studio di autori di
scienze neurologiche e psichiatriche come
Jaspers
, considerato il padre della psico-
patologia moderna,
Binswanger
,
Husserl
,
Minkowski
che riportano la malattia mentale
nell’ambito della vita.
Ha parimenti interesse per opere letterarie e
filosofiche come
Jean-Paul Sartre
, forse l’au-
tore più amato dal “68”, l’ideologo di un uma-
nesimo ateo e della libertà, anche nel legame
sessuale libertà collegata alla responsabilità di
ogni individuo.
Scrive libri, specie con la moglie
Franca On-
garo
, “Che cosa è la psichiatria?” 1967 “L’isti-
tuzione negata” 1968, “Morire di classe. L’isti-
tuzione Manicomiale” nel 68.
Rinuncia alla libera docenza e dal 1961 divie-
ne direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Gori-
zia. Da un lato cura i legami con autori italiani
e stranieri che cercavano di portare metodiche
alternative nella gestione degli Ospedali Psi-
chiatrici, come la “comunità terapeutica” di
Maxwel Jones
in Inghilterra, o
Erving Goff-
man
o i metodi umanizzati di
Antonio Slavich
a Quarto.
Ma soprattutto dall’altro cura sempre più una
relazione stretta, una vicinanza di pensiero e di
affetti con i Pazienti.
Istituisce a Gorizia all’interno dell’Ospedale la
Comunità Terapeutica, in cui le interazioni, la
collaborazione, le relazioni tra operatori e Pa-
zienti sono paritarie e totali e le decisioni ed i
risultati derivino da questa interazione.
Dirige poi per poco più di un anno l’ospedale
psichiatrico di Parma.
Nel 1971 diviene direttore dell’Ospedale Psi-
chiatrico di Trieste, con circa 1100 ricoverati.
All’uomo si deve riconoscere la cultura di base
con la capacità di creare gruppi di spessore;
ma quello che appare la più straordinaria vir-
tù è la pratica costante vicinanza al Paziente
senza veli, senza compromessi con uno sfor-
zo continuo di accogliere gli aspetti umani ma
anche i conflitti irrisolvibili di ogni individuo
contattato.
Di fondo poi un coraggio supremo nel portare
avanti i percorsi trovati anche se fortemente in
contraddizione con le istituzioni o il ruolo che
a lui le istituzioni avevano dato.
Ad un operatore del settore piace pensare che
il rapporto stretto con il Paziente sia uno degli
aspetti determinanti, insieme alla cultura ed al
coraggio di molto sopra la norma, che portò
alla profonda rivoluzione dell’assistenza psi-
chiatrica degli anni 60-70.
La demagogia che a volte si associava nei
movimenti o nelle discussioni “non esiste la
patologia psichiatrica... è frutto della repres-
sione della società...” non è stata presente né
ha svilito la realtà difficile, spesso pesante,
della sofferenza del Paziente.
La battaglia del cavallo che liberò i malati
di mente.
Nell’Ospedale psichiatrico di Trieste al tra-
sporto della biancheria in lavanderia era ad-
detto un cavallo; i tempi cambiavano e vi era il
progetto di sostituirlo con un camioncino av-
viando il cavallo al mattatoio.
Il 12 giugno 1972, il presidente della Provincia
di Trieste ricevette una lettera firmata «Marco
Cavallo», in cui l’animale rivendicava il diritto a
vivere ed a un meritato pensionamento atte-
stando che molti suoi amici umani, operatori,
Pazienti dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste,
sostenitori esterni, avrebbero contribuito al
suo sostentamento ed avrebbero pagato alla
Provincia il ricavo dall’eventuale sua vendita.
È così che comincia la storia di Marco Caval-
lo; del cavallo è costruita una grande statua
in cartone e legno, dipinta di azzurro, intorno
a cui si ballava o ci si incontrava o si festeg-
giava.
Il punto centrale e rivoluzionario poi avviene
il 25 febbraio 1973, quando Franco Basaglia
con una panchina di ghisa rompe il muro di
cinta dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste, il
muro che divide ogni manicomio dall’esterno,
perché Marco Cavallo era così grande e non
poteva uscire dalle porte normali.
Marco cavallo uscì ed iniziò a girare il mondo.
Fu il tempo degli incontri in ogni ospedale psi-
chiatrico, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni
istituzione in cui si parlava dell’assistenza psi-
chiatrica e si confrontavano i diversi pensieri
della gente. Fu subito evidente, nonostante la
resistenza anche aspra di molte persone, che
l’idea dell’Ospedale Psichiatrico come bastio-
ne che proteggeva dalla malattia mentale l’in-
tera popolazione era destinata a cadere; il di-
sturbo psichiatrico interessa molte più perso-
ne di quelle rinchiuse nei manicomi, ha confini
molto più labili ha relazioni con le condizioni
sociali economiche ecc..
In realtà nel 1968 era stata promulgata la legge
431, legge Mariotti, che poneva dei limiti nel
tenore custodialistico e giudiziario degli O.P.
e soprattutto istituiva i C.I.M., Centri di Igie-
ne Mentale, strutture ambulatoriali minuscola
finalizzate all’assistenza di dimessi o malati di
mente del territorio.
A Trieste, ma anche in ogni altra parte d’Ita-
lia e del mondo si formarono invece moltissi-
mi nuclei di operatori dapprima volontari che
prestavano assistenza sul “territorio”, parola
emblematica di quel periodo.
Territorio significava ambulatorio fornito dalle
istituite Unità Sanitarie Locali ma anche domi-
cilio del Paziente, stretto legame con la fami-
glia, luogo di lavoro, luoghi di socializzazione.
Si formarono le Equipe Territoriali multipro-
fessionali che basavano il loro intervento sulla
presa in carico occupandosi, in collegamento
con la famiglia e le altre strutture, della cura,
del reinserimento sociale e lavorativo fin dove
possibile, del recupero della relazionalità.
È stato ben presto chiaro come questo modo
di prestare assistenza, con costi peraltro mol-
to più ridotti che nel manicomio, è molto più
efficace nel curare il Paziente e permettere un
qualità di vita migliore a lui ed alle persone che
gli vivono intorno.
La straordinaria attività di Basaglia, queste
esperienze, le risonanze di quello che di ana-
logo avveniva all’estero portarono alla LEGGE
180 del 13 maggio 78.
Tale legge, pietra miliare per la riforma della
psichiatria, in Italia e nel mondo si basa su tre
articoli:
1) Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari
sono volontari.
2) Nel caso che siano necessari accertamenti
e trattamenti sanitari per malattie mentali, che
non sia possibile eseguirli nel territorio e che
il paziente li rifiuti, con certificato medico va-
lidato da un medico che lavora nelle strutture
pubbliche, il sindaco può disporre il tratta-
mento sanitario obbligatorio (T.S.O.) e l’invio in
un reparto ospedaliero apposito. Ne deve dare
comunicazione al Giudice Tutelare. Il medico
del reparto deve relazionare entro 20 giorni al
Giudice Tutelare e chiedere la proroga di un
numero preciso di giorni motivandolo, per poi
fare nuova relazione.
3)Il Paziente o chiunque può fare ricorso, al
T.S.O.
Per i ricoveri sono previsti appositi reparti negli
ospedali generali, gestiti dalle USL, di massi-
mo 6 posti letto.
Il dado era tratto; la psichiatria passava dalla
istituzione di custodia alla sanità, il Paziente
diveniva centrale e la Sua cura e trattamento
si spostavano nell’ambito dell’intera società.
Basaglia è morto poi il 19.8.80. La maggioran-
za dei Manicomi si sono chiusi sul finire degli
anni 90; la Psichiatria evolve sul piano del va-
lore tra fasi di crescita ma anche di recessio-
ne e si dimostra una disciplina che per essere
valida non può fare a meno di figure come lui.
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