Itaca n. 16

Noi, Casa

2 ono uscito da Casa Ama dopo tre anni. Mi hanno detto che dovevo provare a percorrere la mia strada, non vivendo più nella Comunità sulla collina, ma io fuori mi sentivo un disadattato, le mie fragilità si amplificavano, avevo la folla dentro il cuore. Dopo quindici giorni che ero uscito, ho fatto una rapina a viso scoperto in una farmacia, sono entrato con un taglierino e mi sono fatto dare tutto l’incasso. Con i soldi mi sono sfondato di cocaina, invaso dalla paranoia e dai mostri, effetto tipico dell’abuso di tale sostanza. Poi sono andato in spiaggia, ho scavato una buca e mi ci sono sotterrato: avevo bisogno di una “casa” che coprisse i miei fantasmi, di un luogo che non fosse la mia testa, dove far abitare i mostri che invadevano la mia anima. I carabinieri mi hanno trovato lì, in quella spiaggia, naufrago della mia casa, la barca che mi permetteva di navigare senza farmi affogare nel mare dei miei deliri, della mia bipolarità.ˮ Ora Andrea è in carcere da tre anni, prima a Marino del Tronto e poi nel carcere di Ferrara. La prima volta che sono andato a trovarlo, mi ha detto “finalmente dormo”: voleva dirmi che in quel luogo, dove ogni principio di dignità umana viene calpestato, dove si è rinchiusi da porte e sbarre, lui era riuscito anche a rinchiudere la sua malattia mentale o quanto meno era riuscito a contenerla. L’ho seguito e lo seguo come posso, con colloqui, con lettere, con videochiamate, anche ogni settimana, ed il filo conduttore è sempre stato il suo voler ritornare a vivere a Casa Ama. Un luogo difficile, abitato da uomini e donne, dove la fragilità è invincibilità, dove si cerca ossessivamente la domanda e non la risposta, un luogo che si trasforma in un non luogo, dove anche le mura raccontano frammenti di gioie e di dolori che diventano insegnamenti. È qui che ha trovato e può ritrovare “il suo equilibrio sopra la follia”. Andrea ci insegna che ognuno di noi ha bisogno di un luogo fisico dove tornare, ma soprattutto di volti da guardare, perché è nell’altro che troviamo la nostra dimora, una casa che sia la “farmacia” della nostra anima. Francesco Cicchi “S Una casa, “farmacia” della nostra anima

3 Abitare, cioè custodire Silvano Petrosino Il grande filosofo tedesco Martin Heidegger nei suoi scritti aveva lanciato questa ipotesi: “io sono” significa “io abito”, o anche: l’uomo esiste, come uomo, in quanto “abita”. All’interno di questa visione, l’abitare si configura non come una tra le molte azioni umane, ma come l’orizzonte che avvolge e ordina il tutto dell’agire umano. Ogni azione umana sarebbe, proprio in quanto umana, una forma o un’espressione o una manifestazione dell’abitare. Come bisogna intendere una simile ipotesi? Per rispondere a questo interrogativo bisogna rinviare allo specifico modo di essere dell’uomo. Come ha sottolineato con particolare forza proprio il grande filosofo tedesco, l’uomo non è un semplice ente tra gli enti, il suo modo d’essere non è paragonabile a quello degli altri enti; di conseguenza ogni riflessione sull’umano esige una preliminare analisi del suo proprio modo di esistere. L’uomo è l’“aperto”; egli è “l’esposto” ad un’alterità non assumibile; il suo modo di essere è quello dell’irriducibile sollecitazione e dell’insistente riapertura a qualcosa di diverso, di altro da sé, ma che lo supera. È l’inquietudine originaria della condizione umana. Il cerchio, immagine perfetta dell’inarrestabile e monotona lotta per la sopravvivenza che inchioda tutto ciò che vive, non è un simbolo adeguato allo specifico modo d’essere dell’uomo. Quest’ultimo non è più cerchio, egli è l’andante, il sempre aperto, è essenzialmente homo viator. Da questo punto di vista l’affermazione secondo la quale “c’è dell’altro”, deve essere interpretata come un’affermazione propriamente umana, unicamente umana, e come tale è segno della sua stessa spiriMassimo Uberti, Spazio Amato, 2020 tualità: l’essere umano è un essere spirituale perché il suo modo di essere è quello dell’“aperto”, dell’“andante”, dell’“esposto a”, del trovarsi fin dal principio in movimento verso l’altro come altro. Che cosa c’entra tutto questo con l’abitare? A tale questione si deve rispondere seguendo l’indicazione che proviene dall’ipotesi lanciata da Heidegger: l’uomo esiste e vive come uomo, solo in quanto “abita”. Ma ora si può precisare che egli abita proprio perché è la sua stessa esperienza che impone un “qui ed ora”, che non è mai separabile dall’alterità di un “là ed altrove”: mentre l’individuo vivente vive, il soggetto umano fa esperienza del vivere, vive facendo esperienza della vita, e tale esperienza sempre si struttura intorno e in riferimento alla misura non misurabile dell’alterità. Questo legame inscindibile è ciò che propongo di definire religiosità essenziale: è il tratto che illumina il senso più profondo dell’abitare umano; in effetti, in termini rigorosi si deve affermare che l’uomo “abita”, e non semplicemente “esiste” o “vive”, in quanto e perché egli stesso “è abitato”. O anche che l’esperienza umana dell’abitare non può mai prescindere dal fatto che il soggetto stesso, l’abitante, è a sua volta abitato da ciò che lo investe, dall’inquietudine di un’eccedenza dell’alterità che egli in nessun modo è in grado di ordinare e porre sotto controllo. «Essere uomo significa essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare. L’antica parola tedesca “Bauen”, secondo la quale l’uomo è in quanto abita, significa però anche, nello stesso tempo, custodire e coltivare il campo, coltivare la vigna». Così scrive sempre Martin Heidegger. Nel proporre una simile definizione mi sembra che il filosofo non abbia fatto altro che riprendere, commentare e sviluppare, senza mai tuttavia citarlo, un versetto della Bibbia e precisamente quello del Genesi dove si dice che «il Signore Dio prese il uomo e lo pose nel giardino dell’eden, perché lo coltivasse e lo custodisse». Probabilmente è proprio questa la definizione di abitare che stiamo cercando: abitare vuol dire coltivare e custodire; l’uomo esiste e vive come uomo non perché sta nell’esistenza e vive la vita, ma perché abita: e abita perché al tempo stesso coltiva e custodisce sia l’esistenza che la vita. Cerchiamo di approfondire il senso di questa definizione. Il coltivare esprime il tratto più esplicitamente attivo e proiettivo, se così posso esprimermi, dell’agire umano: l’uomo, che come ogni altro vivente viene gettato nell’esistenza e nella vita senza poterlo decidere, tuttavia non subisce semplicemente l’esistenza e la vita, ma decide ed interviene su di esse, le trasforma, prende l’iniziativa nei loro confronti modificandole secondo la misura di quei segni o sogni che costituiscono la trama stessa della sua sensibilità e della sua intelligenza, cioè della sua umanità. In tal senso l’abitare implica un costruire che non si limita mai ad un meccanico assemblare materiali e forme già dati, poiché esso, oltre ad inventare nuovi materiali, genera la forma stessa del luogo in cui l’uomo si trova ad abitare.

4 Bussando alla porta di Mariangela Adesso siamo a casa. È portentoso quello che succede. E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni. Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo. C’è un molto forte richiamo della specie ora e come specie adesso deve pensarsi ognuno. Un comune destino ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene. ” “ Mariangela Gualtieri vive in un casale nei dintorni di Cesena, la città dov’è nata nel 1951. È lì che ha scritto la poesia che nei mesi del lockdown è stata letta da milioni di italiani. Una poesia che in giorni difficili ha restituito a tanti una dimensione perduta: quella della casa. Un elogio del silenzio «In questo tempo che stiamo vivendo, ho l’impressione di trovarmi su un foglio già fittamente scritto e scarabocchiato. Per questo ogni altra scrittura, ogni altro atto espressivo viene inghiottito da una pagina, che non è più bianca, ma densa di segni ormai illeggibili, per quantità e rumorosità di fondo. D’altra parte, sento con certezza che il silenzio è il luogo in cui meglio ora si accumula potenza, il luogo in cui ogni vocazione può precisarsi e fiorire: attenzione parlo di “potenza”, non di “potere”… Tuttavia c’è una congiura contro il silenzio, tutto pare determinato nel non farlo accadere, nel tenerci lontani da questa dimensione che in fondo abbiamo abitato per migliaia di anni e che ora abbiamo abbandonato, almeno in occidente. Chiunque voglia frequentare il silenzio deve ora con grande determinazione, con ostinazione direi, ritagliarsi una bolla nel frastuono del mondo. Lo si può fare, dunque, soprattutto astenendosi da pratiche quotidiane molto affascinanti, ma di grande intralcio per chiunque voglia per davvero cominciare a diventare ciò che è. L’assillo dei telefoni cellulari, ad esempio, questo canale continuamente aperto con tutto il folto gruppo di persone che costituiscono per ciascuno il proprio mondo; ecco, questa possibilità che in qualunque istante qualcuno possa intromettersi fra me e me, fra me e la mia preghiera, fra me e il mio ascolto, fra me e la mia demenza perseguita, o fra me e la mia più brillante follia, fra me e il mio abbandono… Come si può servire un’arte, una vocazione, lasciando la porta aperta a qualunque intromissione? C’è una troppo fitta rete di frequentazione fra umani e questo indebolisce la salutare, vitale relazione di ciascuno col proprio sé e col proprio silenzio. Ma oltre al cellulare, lo sappiamo, vi sono tutte le altre fascinazioni tecnologiche che ci rapiscono in un continuo intrattenimento. Senza silenzio, io credo, non si arriva alla sala del trono. Senza silenzio non ci vengono riempite le mani di doni. E il silenzio è uno degli elementi naturali, il quinto, secondo me: acqua aria fuoco terra e silenzio. Soprattutto mi preoccupa negli adolescenti questo diminuito dialogo di ognuno con se stesso, sempre impedito appunto dalle varie fascinazioni tecnologiche. C’è una sorta di sponda interiore che si crea spontaneamente in giovane età, che dovrebbe crearsi spontaneamente, una sponda su cui appoggiare il mondo, tutto il fuori di noi che chiamiamo mondo. E su questa sponda cadono gli eventi del mondo e noi impariamo a collocarli nel loro giusto posto, dando ad ognuno il peso ed il valore che merita. Ora questo meccanismo che per millenni ha funzionato, nel silenzio, anche nella noia, viene inceppato dall’assillo tecnologico che ci tiene sempre occupati fuori di noi. E, dunque, si finisce con l’essere interiormente senza appoggio, in un caos dove si confonde il valore delle cose e delle esperienze. La poesia ha proprio questa peculiarità: è parola che tiene con sé il silenzio, parola che ha al proprio centro il silenzio, a differenza della narrativa che pone al centro la parola stessa. Credo che ogni poeta sia esperto di silenzio». Nove Marzo Duemilaventi Mariangela Gualtieri Giovanni Testori, Ciclamini, 1971

5 La mia casa è in un respiro Riflessioni con Ermal Meta ono nato in un paese che era pieno di bunker: in Albania ogni gruppo di case doveva essere dotato di bunker, tale era l’ossessione del nemico. Persino le strade non potevano essere mai tracciate dritte, perché avrebbero potuto essere usate come piste di atterraggio per nemici invasori. I bunker però sono stati i miei primi spazi di libertà: ci richiudevamo con i miei amici – ce n’era sempre qualcuno che aveva un padre custode con le chiavi. Dentro si facevano giochi di coraggio, nei meandri bui. Nel bunker per la prima volta, di nascosto, ho potuto ascoltare una cassetta con le canzoni di Michael Jackson. Mi stregarono e decisi in cuor mio che quella sarebbe stata la mia vita. Ma il paese in cui vivevo non era un paese che permettesse di sognare. Allora credevo che il destino fosse come un solco costantemente coperto dalla nebbia del futuro. Che è una specie di casa a luci spente, entri, ma non vedi niente, devi in qualche modo accendere la luce e quando lo fai quello è il momento del presente. Adesso penso che i solchi siano tanti e paralleli, e che noi saltiamo dall’uno all’altro ogni volta che facciamo una scelta. Per questo oggi ho voluto scrivere un libro, che è un libro sul destino, su ciò che diventa inevitabile, su come una piccola cosa possa cambiare tutto. La casa quando ero in Albania non era un luogo in cui ci si poteva sentire al sicuro, perché il potere entrava dappertutto, come era entrato un 11 giugno del 1953 dalla finestra aperta della casa di mio nonno, che stava dormendo. Venne ucciso con una coltellata e aveva ancora il libro che aveva letto, chiuso sul petto: era "Il conte di Montecristo". A Tirana c’è una casa che è stata chiamata la Casa delle Foglie: è una bella villa coperta di edera nel centro della città. Era stata costruita nel 1931 per essere una moderna clinica ostetrica, ma durante l’occupazione tedesca diventò il quartier generale della Gestapo e infine fu trasformata nella sede del Sigurimi, il servizio segreto albanese. Da qualche anno l’hanno trasformata in un museo, bellissimo in sé e certamente uno dei più importanti dell’Albania: sono stati raccolti i filmati dell’epoca, le foto, l’elenco dei nomi e i volti di chi fu ucciso, i sistemi di spionaggio, le «cimici» nascoste ovunque per captare le sirene corruttrici del «mostro capitalista». C’è persino un cappotto con una macchina fotografica nascosta nel revers, che veniva attivata con un finto bottone. Ascoltare, aprire le buste delle lettere, scattare foto compromettenti. E poi ricattare, quindi punire, spesso uccidere. A volte un luogo può però cambiare la sua natura. Nel 2019 ho fatto un concerto a Tirana, nel Palazzo dei Congressi: era lo stesso palazzo in cui si celebravano le grandi riunioni del Partito e da cui partivano tutte le direttive che strozzavano la libertà nel paese. Quel giorno mi sono commosso; per me rappresentava un grande vanto poter dipingere quei muri con la mia musica. Una delle domande che mi sono fatto nella vita è “cosa significa sperare”. Ho sperimentato che, laddove c’è una grande paura, ci può essere una grande speranza: è una speranza mossa dalla disperazione che ti fa fare quello che non avresti mai immaginato di saper fare. A volte un luogo può però cambiare la sua natura ” “ S Ermal Meta Martina Cioffi, Un giardino sotterraneo segreto, installazione, 2022 Così quando sono arrivato in Italia, lasciando i miei amici in Albania, mi è successo che non dormivo perché non avevo niente di cui preoccuparmi; quella calma s’intonava male alla mia vita, ero in distonia con quello che avevo intorno. Allora ho maturato questo pensiero nel mio intimo. Tutti respiriamo per vivere, ma c’è un momento in cui anche il respiro è in pausa, in cui rimane in silenzio. Quella frazione di secondo tra l’inspirazione e l’espirazione in cui i polmoni si fermano, ma noi continuiamo a esistere. Mezzo secondo di niente, in cui tuttavia continuiamo a esistere. Sei secondi al minuto in cui l’aria non entra né esce, 140 minuti in 24 ore, trentasei giorni in un anno, sei anni in settant’anni in cui il tempo si ferma nei nostri polmoni. Sembra tanto, ma non ce ne accorgiamo, e mentre danziamo con la morte sorridiamo alla vita, un respiro dopo l’altro, una nota dopo l’altra, un silenzio dopo l’altro.

6 Tornare ad Itaca canto dell’Odissea Alessandra Morelli “Un’Odissea”: il linguaggio comune esprime così qualsiasi, lunga avventura che ci abbia fatto dubitare di poter giungere, integri, dove i nostri piedi, o il nostro cuore, avrebbero voluto. L’“Odissea”, letteralmente “storia di Odisseo”, Ulisse, è un poema incommensurabile. La vicenda di un uomo coinvolto in una guerra sanguinosa, che non avrebbe mai voluto combattere e che lo terrà lontano dalla sua terra, da sua moglie, da suo figlio, dal suo cane per più di vent’anni. Toccare le sponde di Itaca, la patria, la casa, diventa, così, un viaggio di ritorno appassionato, che Ulisse intraprende toccando il lato più oscuro di sé, l’inganno, il tradimento, l’orgoglio. Perdendosi più volte ed altrettante ritrovandosi. Soprattutto, mostrando una sorprendente ostinazione nel voler cercare una logica degli eventi, che riesca a tradurre quel suo ineluttabile destino di migrante. vamente utilizzato è ágnoston, ovvero “non conoscibile dal pensiero umano”. Il testo greco sembra affermare, cioè, che la conoscenza, per quanto vasta, sia uno strumento limitato quando dobbiamo accogliere la rivelazione della realtà. Un’esperienza che richiede, invece, un rovescio dello sguardo: Perciò dunque ogni cosa al sovrano appariva diversa: i lunghi sentieri e i porti di facile approdo e le rupi scoscese e gli alberi rigogliosi. (XIII, 194-196) Ulisse calpesta la riva di Itaca come un attore inconsapevole della sua vita. Nella terra che prima lo inneggiava come re, adesso c’è chi lo chiama népios, “sciocco”, e xénos, “straniero”. In questo senso, il cammino alla ricerca di una patria a cui tornare, sia essa un’isola o una condizione dell’animo, passa sempre attraverso una denudazione. Non è Itaca che è diventata irriconoscibile, ma Ulisse che si è trasformato in un altro uomo, reduce, smarrito, invecchiato. Soltanto allora Atena, sotto le spoglie di un pastore, rivelerà al protagonista che la terra in cui si trova non è affatto ignota, come egli crede: e ne gioì il molto paziente divino Ulisse. (XIII, 250) Così, l’uomo diventa degno di tornare a casa nella misura in cui, durante tutto il suo viaggio, avrà saputo esercitare la pazienza. Un’attitudine magnificamente suggerita dall’aggettivo polùtlas, che significa “sono diventato coraggioso perché ho molto sopportato”. Resistere per ottenere la propria parte di gioia. Non un punto di arrivo, ma una linea di partenza. Proprio nel tratto di mare che, finalmente, lo sta riconducendo ad Itaca, l’eroe, però, cade in un sonno profondo. È in questo momento che egli dice addio per sempre alla parte fantastica delle sue avventure, che lo ha portato a contatto con dèi, esseri mostruosi e popoli esotici. A subentrare è Itaca, la realtà quotidiana, con la quale, dopo tanto tempo, dovrà tornare a confrontarsi. All’arrivo, Ulisse viene deposto sulla spiaggia. Cosa ci sarebbe stato di più bello di concludere il viaggio senza fatica, nel sonno, e, svegliandosi, vedere che si è a casa? Invece la narrazione sceglie una direzione inattesa: E lui si svegliò, il divino Ulisse, che dormiva nella sua patria terra, e non la riconobbe. (XIII, 187-188) Convinto di essere in una terra sconosciuta e potenzialmente ostile, egli dà voce al suo profondo sconforto: Ahimè, nella terra di quale gente questa volta sono giunto? Sono costoro violenti e selvaggi e senza nozione del giusto oppure ospitali e nell’animo timorosi degli dei? (XIII, 200-203) Risvegliatosi in una terra che non riconosce, l’eroe incarna il viaggio dell’umanità intera, che si sente morire se inciampa in nuovo errore che rimanderà, ancora, il desiderato ritorno. Anche Ulisse è irriconoscibile ai suoi concittadini: la dea Atena ha riversato sulla terra di Itaca una foschia che impedisce a chiunque di vedere. Il termine significatiChristoph Büchel,“Barca nostra”, nave recuperata nel Canale di Sicilia dopo il naufragio del 18 aprile 2015, esposta alla 58esima Biennale diVenezia (2019).

7 Renzo, la casa è altrove “Andava dunque il nostro viaggiatore con grande alacrità, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, sollecito soltanto di portarsi innanzi, di arrivar presto al paese, di trovar con cui parlare, a cui raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in via per Pasturo, alla cerca d’Agneseˮ. Inizia così l’ultimo viaggio di Renzo ne “I promessi sposiˮ. Si è lasciato alle spalle Milano e il Lazzaretto. “Come è conciato Milano! Quel che bisogna vedere! quel che bisogna toccare! Cose da aver poi schifo di sé medesimo… se tu vedessi il lazzeretto! V’è da perdersi nelle miserie. Basta; ti conterò tutto...ˮ, racconta all’amico che lo avrebbe ospitato quella notte. Renzo corre, non bada alla pioggia, al fango che lo inzuppa da capo a piedi. Non pensa a dormire e a prendere fiato. Com’è nel suo carattere prende la vita al balzo, senza farci sopra troppi pensieri. Difficile veder Renzo camminare; Renzo quasi sempre corre, come quella volta – era all’inizio di tutta la storia – che si era trovato a correre con “lieta furia” per combinare i dettagli del matrimonio che però non s’aveva da fare per ordini superiori. Renzo è come un motorino. Non si volta mai indietro, perché ha in testa solo il futuro: non è uno che si maceri in nostalgie. Perciò quando arriva davanti alla sua casa, non si perde in lacrime. Sa che per lui si tratta di voltar pagina e pragmaticamente orienta tutte le sue energie nella direzione del piano che ha in testa per sé e per Lucia. «In quanto al suo proprio podere, non se n’occupava punto, dicendo ch’era una parrucca troppo arruffata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. E non ci metteva neppure i piedi; come né anche in casa: ché gli avrebbe fatto male a vedere quella desolazione; e aveva già preso il partito di disfarsi d’ogni cosa, a qualunque prezzo, e d’impiegar nella nuova patria quel tanto che ne potrebbe ricavare». Il futuro è altrove, è futuro da migrante, lui con Lucia, al di là dell’Adda. «La conclusione fu che s’anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto al tempo, non si poteva decider nulla, perché dipendeva dalla peste, e da altre circostanze». L’Itaca di Renzo è dunque in un altrove. Quando c’è da voltar pagina non c’è nessuno tanto determinato, pur nella sua semplicità, quanto lui. Per migrare deve vendere. Vendere cose di poco conto, come elenca don Abbondio confidando al Marchese *** (colui che aveva rilevato il palazzotto di don Rodrigo) arrivato in visita: «…vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata affatto: bisogna far conto del terreno, nient’altro; di più una casuccia lui, e un’altra la sposa: due topaie, veda». Qui il destino però rovescia le sue carte e la Provvidenza chiude davvero la partita. Il Marchese *** fa saltare il banco e moltiplica la posta: «Il compratore disse che, per la parte sua, era contentissimo, e, come se avesse frainteso, ripeté il doppio; non volle sentir rettificazioni, e troncò…». Poteva essere la carta che cambiava i piani, e convinceva Renzo, Lucia e la loro Agnese a restare: con quel tesoretto si poteva ricominciare la vita anche lì. Invece no. Ed è magnifico come Manzoni motiva il fatto che non si potesse tornare indietro: «Già da qualche tempo, erano avvezzi tutt’e tre a riguardar come loro il paese dove andavano». I promessi sposi illustrati da Francesco Gonin per l'edizione del 1840 ” “Già da qualche tempo, erano avvezzi tutt’e tre a riguardar come loro il paese dove andavano Giuseppe Frangi

8 «Un posto pieno di grazia». Cinzia e Pelagie sotto lo stesso tetto Anna Spena a che significa “casa”? «Per me è un rifugio. Il posto dove mi sento confortata. Un posto che mi somiglia. Anche quando sono in giro per lavoro, anche quando sono in un albergo che non mi sembra bello, io cerco di sistemare le cose che ho attorno, le sistemo perché voglio che abbiano una grazia. Ecco, la casa per me è un posto pieno di grazia. E spero che dopo un anno insieme a noi anche per Pelagie sia lo stesso. Spero che si senta in un posto pieno di grazia». Il racconto è di Cinzia Caviglia, che insieme a suo marito ha deciso di aprire le porte della loro casa per accogliere una persona con lo status di rifugiato che, una volta uscita dai percorsi istituzionali, non sapeva dove andare. Quella di Cinzia, 62 anni, e Pelagie, 33, è prima di tutto la storia di una scelta. «Ho letto da Facebook», racconta Cinzia Caviglia, «di un’associazione che metteva in contatto rifugiati e migranti con famiglie disposte ad accoglierli in casa, così mi sono iscritta». La realtà di cui parla e di cui ora fa parte Cinzia si chiama Refugees Welcome, un’organizzazione indipendente che promuove la mobilitazione dei cittadini per favorire l’inclusione sociale di rifugiati, rifugiate e di giovani migranti arrivati in Italia. Un progetto che coinvolge 30 città in 17 regioni, 200 attivisti e da cui sono nate 500 convivenze. «Viviamo a Roma e abbiamo una figlia e un figlio che non stanno più in casa con noi. Quando ci chiedono “perché?”, perché abbiamo preso questa decisione, la risposta è sempre la stessa: nascere in Italia e vivere una condizione agiata non è un merito. L’accoglienza ci deve riguardare tutti», racconta Cinzia. «Credo poi ci sia, almeno nel mio caso, anche una questione emotiva, personale. Vengo da una famiglia di origine ebraica, e ricordo gli ebrei che scappavano dalla Germania e dalla Polonia. Persone che sono state rimandate indietro con la giustificazione “non sappiamo dove metterli”. Ecco io vengo da una famiglia salvata da persone che hanno aperto la porta della loro casa a mia madre e ai suoi fratelli senza che li conoscessero. Dovevo fare anch’io un atto di restituzione». Pelagie arriva dalla Repubblica Democratica del Congo, quando aveva 17 anni un gruppo di banditi è entrato in casa sua per una rapina e hanno sparato a vista sui genitori, i fratelli, le sorelle, anche lei è rimasta coinvolta. Si pensava fosse l’unica sopravvissuta fino a quando, dopo 15 anni da quella sparatoria, ha scoperto che la sorella gemella era ancora viva. «Quattro anni fa è arrivata in Italia perché aveva bisogno di un complicato intervento dovuto alle conseguenze della sparatoria. E poi ha iniziato l’iter per chiedere lo status di rifugiata». Dopo l’iscrizione alla piattaforma, Cinzia riceve una mail da Refugees Welcome che gli propone un incontro, poi arriva la proposta di abbinamento con Pelagie. Il primo incontro con lei è avvenuto in un bar romano con i responsabili dell’organizzazione presenti. «Ci siamo piaciuti abbastanza, ma la sua bellezza mi metteva un po’ a disagio, non sapevo se sarei stata in grado di gestirla. Ma lei è una persona speciale, discreta, affettuosa, partecipa alla vita quotidiana, mi piace disegnare gli abiti, lei li cuce e mi fa da modella. In Congo lavorava come operatrice sanitaria, adesso è in attesa che il titolo le sia riconosciuto anche in Italia. Per noi è parte della famiglia e rimarrà qui finché non troverà una soluzione autonoma. All’inizio pensavo che avesse bisogno di uno spazio, un frigo, un posto per dormire. Invece no, l’accoglienza in famiglia è tutta un’altra cosa. E lei fa parte dell’armonia di questa casa, della grazia». M

9 Una casa sostenibile. Sostenibilità può risultare un tema molto generico applicato a cose molto diverse. Nel mondo dell’arredamento il tema della sostenibilità inteso come tracciabilità dei materiali, non uso di collanti chimici potenzialmente inquinanti, processi di lavoro basati su alcuni principi etici, tutto questo non è diventato una prassi o un elemento davvero condiviso. La verità è che la sostenibilità da sola, per come l’abbiamo intesa in passato, forse non basta più. Non basta più riempire un edificio di fotovoltaico, di geotermia, se poi non ci preoccupiamo di rivedere la qualità dell’aria, la quota di CO2 – e quindi il tema è anche quello di aggiungere un’importante quota di alberi – o se non ci preoccupiamo di un altro aspetto che a me sembra molto importante: nelle città dobbiamo trovare spazi di vita anche per le altre specie. Per dirla in breve: la sostenibilità senza una riflessione sulla questione della demineralizzazione, cioè avere delle città con meno minerali e più verdi, e sull’aspetto della biodiversità, non è più sufficiente da sola a dare legittimità al progetto che si occupa dell’utilità sociale. Casa & natura. A me non interessa quasi nulla il verde concepito come fatto ornamentale, il verde per me, come ho cercato di dimostrare con le mie architetture, è un elemento fondamentale capace di migliorare le qualità e le condizioni di vita. Sugli interni stiamo lavorando con Stefano Mancuso che dirige il dipartimento di Neurobiologia vegetale all’Università di Firenze e che lavora da anni sull’intelligenza delle piante, sull’idea di alcuni elementi di arredo che puliscano utilizzando la capacità delle piante di assorbire CO2 e produrre ossigeno per pulire l’inquinamento degli interni. Eliminare l’inquinamento degli interni è una delle grandi sfide dei prossimi anni. In Europa non siamo oggi ancora così consapevoli di questo tema, ma se si guardano con attenzione gli studi fatti sulla qualità dell’aria degli interni ci si rende conto che quasi sempre le condizioni degli spazi interni sono peggiori di quelle degli spazi esterni anche nelle città più inquinate. In Cina questo è un tema molto sentito, su cui stiamo lavorando. Pensieri sulla casa di domani Il verde per me, come ho cercato di dimostrare con le mie architetture, è un elemento fondamentale capace di migliorare le qualità e le condizioni di vita. ” “ L’effetto onda. Sicuramente quello a cui assistiamo a Milano, e anche in molte città italiane, è un effetto “onda”. Dopo aver provato cosa significa rimanere compressi dentro le mura di casa, finalmente abbiamo potuto riconquistare lo spazio pubblico, andando oltre i confini tradizionali, pensiamo, ad esempio, ai déhors che hanno invaso i marciapiedi. Ma anche su questo tema bisognerebbe essere più coraggiosi, ad esempio si dovrebbe pensare alla sostituzione dei parcheggi con spazi pubblici vivibili, con il verde. Bisognerebbe fare uno sforzo nella direzione di un sistema di mobilità molto diverso. Ho provato a ragionare in diverse situazioni su questa visione di una città che funzioni come un arcipelago, come tante isole dotate di autosufficienza rispetto ai servizi al cittadino. Questo permette che al loro interno ci siano soprattutto spazi pedonali ciclabili, con un sistema di mobilità fluida che si accompagna anche a questi grandi sistemi di verde nel segno della biodiversità. La metropoli-arcipelago è secondo me la sfida dei prossimi anni. Spazi privati e spazi sociali. Oggi la domanda di casa porta in piano il tema degli spazi condivisi. A Tirana, dove stiamo costruendo dei complessi abitativi, ci è stata fatta la richiesta di tetti che siano abitabili; abbiamo progettato dei tetti collegati tra loro con dei ponti, creando sistemi di connessione. Il tetto è, inoltre, uno spazio potenzialmente verde, dove puoi anche immaginare di replicare in modo diverso la vita comunemente legata ai cortili; essi diventano una forma di spazio semipubblico o semiprivato, dove i residenti, i condomini, ma anche i loro ospiti, possono collaborare, piantare un orto, creare spazi per bambini, e così via. Per me i tetti sono, in assoluto, uno degli spazi più interessanti; ovviamente tetti verdi, perché devono essere anche ombreggiati. È vero che c’è una domanda generale di avere più balconi; le logge e le terrazze sono oggi sempre più richieste. Nel periodo del lockdown si è ragionato molto sul mettere a punto nelle case delle sorte di verande, cioè degli spazi intermedi tra il pianerottolo e l’appartamento privato, destinabili in caso di necessità a stanze protette. Si tratta di idee tutte da sperimentare, che si sono eclissate subito, una volta finita la pressione dell’emergenza. Il borgo in città. Ci sono modelli interessanti per ripensare i modelli abitativi in una città. Ho in mente il quartiere di Figino a Milano, un caso veramente interessante di cui nessuno si interessa. Non se ne parla tanto perché non ha architetture spettacolari: invece Figino, secondo me, è un piccolo modello. Vi si trova una riproposizione del concetto di borgo, ma realizzato con un’architettura contemporanea. Il concetto di comunità è stato tenuto presente fin dall’inizio nella progettazione; hanno messo una biblioteca al centro ed è un luogo molto vivibile, che all’inizio è stato guardato con diffidenza, ma che oggi raccoglie molta soddisfazione da parte di chi ci abita. Stefano Boeri

12 Dimora e Identità La dimora contribuisce a creare e a stabilizzare la propria identità. Nei nostri paesi e piccole città la convivenza era stata pensata attribuendo a ciascuna famiglia una dimora. Le case erano proporzionate al numero dei componenti la famiglia. Nelle campagne, con la mezzadria, erano case ampie, fino ad arrivare a oltre 15 componenti. Al primo piano l’abitazione, a piano terra le stalle per i bovini, le pecore, i conigli, i polli e le papere. Il terreno da coltivare veniva assegnato contando il numero delle braccia: quelle degli uomini valevano il doppio di quelle delle donne. I genitori sistemavano i figli sposati attribuendo loro una camera; veniva imbiancata con colori tenuti: verdino, celestino, più raramente rosa. Lo zoccolo aveva il privilegio delle vernici a olio, in genere di colore marrone per omologarsi con il pavimento di mattoni rossi.. In quella camera sarebbero cresciuti i figli nati, fino all’età di dieci anni, per poi essere sistemati, con i loro cugini, in camere comuni. Nei paesi le case erano singole: appoggiate l’una all’altra, così da costituire la via. Era previsto che le pareti contigue fossero comuni. Esistevano quelle dei ricchi, ampie ed eleganti e quelle dei poveri: cucina, due-tre camere, le scale, senza il bagno. La vita si svolgeva in cucina, nell’unica stanza riscaldata, senza sottotetto, cosicché, con la pioggia si sarebbe ascoltato il tic-toc della gocce sui coppi del tetto. La vita sociale si svolgeva sulla via: la casa garantiva l’identità, insieme al gatto e al cane che, con una buca sulla porta d’ingresso, sarebbero entrati ed usciti a proprio piacimento. La bellezza era relativa: comunque ogni casa avrebbe avuto dettagli, designando personalità per rimanere unica. Un tavolo, le sedie, i quadri, le fotografie, i centrini, le coperte, le tendine delle finestre sarebbero state uniche e soltanto tue. Con il boom degli anni ’60 sarebbero sorti i condomini. La casa rimaneva unica, ma delimitata, in compagnia di altri appartamenti. Era solo in parte casa, perché costruita per appartarti: su piani diversi e con portoncini d’ingresso tutti uguali. Solo l’etichetta del citofono avrebbe indicato la tua famiglia. La via non era più adatta alla vita sociale: inizierà l’isolamento che porterà a convivere senza conoscenze. Le abitazioni si moltiplicarono creando quartieri ammassati, illogici, invivibili. La fame di case superò ogni razionalità, non prevendendo il prezzo da pagare nel tempo. Luoghi desolati, su distanze e organizzazione penalizzanti: vi andranno ad abitare i meno ricchi, perché per chi aveva risorse saranno inventate isole a circuito chiuso, con il verde necessario, le piscine e i campi da tennis, tutelate da ingressi controllati 24 ore, per sette giorni. Una differenza più drammatica procurerà la mancanza di abitazioni. Cinquanta anni fa era impensabile: anche i più poveri avevano magari un tugurio: non era possibile che una persona dormisse per strada e non avesse un luogo dove rifugiarsi. L’immigrazione selvaggia, la disgregazione delle famiglie, i fallimenti, i problemi, la povertà, la mancanza di lavoro hanno popolato il nostro Paese di 50/70 mila persone “senza fissa dimora”; occorrerebbe dire semplicemente “senza dimora”. Gli sfratti in Italia sono stati stimati in 150 mila. Famiglie che non riescono a pagare nemmeno la quota delle case popolari. È la disuguaglianza indotta da uno sviluppo che avrebbe dovuto garantire maggiore benessere, ma che ha penalizzato i fragili. Anche gli abitanti delle singole case sono cambiati: famiglie disgregate, figli senza lavoro, promiscuità, addirittura luoghi di delitti; drammatica la solitudine. Non è semplice spiegare le cause di tali nuovi scenari; sicuramente occorre recuperare – cosa non affatto semplice – la sostanza della convivenza rassicurante. I bambini che non hanno goduto della sicurezza di una casa porteranno gli effetti negativi della loro crescita. Anche intervenendo con case-famiglia, le ferite rimarranno. I nuclei familiari nei quali si assaporano educazione, affetti, orientamenti, valori non sono ripetibili; rimangono i segni di vuoti incolmabili. Probabilmente è giunto il momento di raffreddare la spinta individualista e mercificata del cosiddetto progresso. Recuperare intimità, emozioni, legami è l’unica strada di un futuro “umano”. Non siamo macchine, né robot: abbiamo bisogno di vicinanza, stima, pazienza, perdono. Vale per ogni latitudine: oltre l’intelligenza è necessaria la presenza del cuore che invade parte indispensabile per una vita felice. DonVinicio Albanesi Casa colonica del XVIII secolo nel cuore della Comunità terapeutica "Casa Ama": per noi tutti è la "CasaVecchia".

13 La tempesta della vita sul Fabbricone uando le sirene cominciarono a fischiare, le nuvole, che fin là erano rimaste quiete all’orizzonte, diedero inizio alla cavalcata. Bianche, gialle, grigie, orlate qua e là di nero invasero in poco tempo tutto il cielo e gettarono sulle case, sulle ortaglie, sui primi appezzamenti di campagna le loro ombre improvvise e sinistre. “Viene il temporale!” Si sentiva gridare per le strade, nell’affanno che tutti avevano di raggiungere al più presto le case. “Andiamo, andiamo, su!”, “In fretta!”, “Il temporale!”. Il vento intanto sollevava dappertutto terra e carte polvere e immondizie. Anche il Fabbricone, tagliato in due dall’ombra di una nube e da uno degli ultimi raggi di sole, si mise subito in allarme. Persiane che sbattevano. Panni, camicie e mutande che si agitavano sui fili. Un gran trafficare sui ballatoi e contro le ringhiere. “Vieni dentro! Su, su, che arriva la fine del mondo!” Parole, grida, urli e bestemmie. Contro la cinta, la fila dei pioppi si agitava da una parte e dall’altra. Allora, dall’estremo della periferia, dove le ultime case cedevano alle cascine o si perdevano nei campi, tra il brontolio dei primi tuoni partì la scarica dei razzi antigrandine. Cannonate che salivano veloci ed esplodevano poi con un sibilo nel niente. Una a destra e una a sinistra; una a est e una a ovest. “Avanti! Tirate!“ Gridò senza sapere a chi la Redenta, mentre spalancava la finestra per prendere il pezzo di fesa che, involto in un po’ di carta, se ne stava sul davanzale. “Tirate su razzi, bombe, madonne e anticristi! Su, su, che poi ci chiuderanno tutti in manicomio! Ecco cosa porta il vostro progresso! Come se non ci avesse già pensato la guerra a rovinarci nervi!” Un’occhiata, ma non più di quella, alle luci che saettavano verso sud e una al buio in cui il resto del cielo affondava come in un inferno. Quindi, stringendo la carne, si riavvicinò al tavolo. In quello stesso momento un razzo esplose sulla sua testa con più fragore degli altri e fece tremare i vetri. “Spaccate, spaccate su tutto che poi almeno non ci si pensa più. Deve piovere? Niente. L’interesse è che non pioSi intitola “Il Fabbricone” uno dei più famosi romanzi di Giovanni Testori, pubblicato nel 1962. È tutto ambientato in una casa di ringhiera nella periferia nord di Milano: il Fabbricone è il vero epicentro di tutte le vicende umane che si intrecciano. Ed è proprio il Fabbricone a segnare l’inizio del romanzo, con una scena che qui riproponiamo e che prefigura le tempeste quotidiane delle storie raccontate nel libro. Il 1923 è il centenario della nascita di Testori: il suo grande amore per la realtà lo rende scrittore vicino e attuale. va. Le stagioni? L’estate, la primavera, l’autunno? E chi le vede? A rovescio! A rovescio anche quelle! Come la gente, come la vita, come tutto!” Fuori, intanto, le poche gocce cui i razzi avevano permesso di cadere venivano giù grosse, lente e sfiatate. Per esse che si schiacciavano, parte sul davanzale, parte sui vetri, più che pietà, la Redenta provava una specie di rabbioso rancore. Insomma, adesso, nemmeno il cielo, nemmeno quello era più in grado di ribellarsi! Ma allora meglio il diluvio, meglio la fine del mondo! Perché vista la strada su cui si era messa, dove poteva finire l’umanità se non in una casa di cura. Un ciak. Un breve silenzio. Poi un altro ciak. Come se, invece che di gocce d’acqua, si trattasse di mosche che una mano scagliava da chissà dove perché andassero a schiacciarsi sulla terra. (…) Sì e no un respiro, ed ecco: un lampo più lungo degli altri saettò giù dalle nubi e lacerò i vetri della casa. Nell’interno le stanze parvero incendiarsi. Subito dopo il tuono prese a correre nel cielo per perdersi in una catena di brontolii, là, oltre l’orizzonte. Q Giovanni Testori e FrancaValeri, Milano

14 E se bastasse una capanna? Dialogo con Leonardo Caffo Cabanon, Le Corbusier, 1951 La capanna come alternativa all’abitare di stile borghese? No. Trovo stucchevole il moralismo dell’abitare alternativo fatto dalle proprie case più o meno borghesi; certo, se per esperimento mentale l’umanità diminuisse drasticamente e costruisse in legno le proprie case come capita in alcune regioni del Sud-Est asiatico, molti problemi sparirebbero… ma stiamo – ipocrisia e tiritera squallida a parte – davvero parlando di questa cosa? Non credo. Dunque, nessuno me ne voglia: orti sinergici, merda di vacca per costruire le mura, sono tutte simpatie umoristiche del pensiero occidentale contemporaneo con quel suo insopportabile “si stava (abitava?) bene quando si stava peggio”. Il mio obiettivo, attraverso lo studio filosofico di alcune vite incredibili culminate nella costruzione di una capanna, non era un invito a fare capanne museali: bene anche essere stato interpretato così, ma non è il mio pensiero. Era piuttosto un invito a immaginare capanne e dunque “collassi” tra vita e azione in cui davvero il nostro ordinario modo di concepirci come umani viene completamente fatto fuori. Vi sembra che un po’ di orti simpatici o capanne mostrate come animali in uno zoo possano svolgere questa funzione? Ovviamente no. Ci fa un esempio di uno di questi “collassi” possibili? I quattro tentativi che ho esplorato nel libro sono anche tentativi di scollegarsi da una “rete” che oggi appare piú presente e reale che mai. Un acronimo ormai abbastanza diffuso è IoT, Internet of Things. Si tratta del modo in cui viene identificata l’estensione di internet al dominio delle cose, degli oggetti quotidiani ma anche dei luoghi fisici – una rete non piú soltanto metaforica ma fisica, che rende gli oggetti dotati di un’intelligenza piú o meno forte, grazie al fatto di poter comunicare dati attraverso noi stessi accedendo a informazioni aggregate «Quattro capanne, o della semplicità»: è il titolo di un libro che Leonardo Caffo, filosofo e scrittore, ha pubblicato nel novembre 2020, all’indomani dell’esperienza un po’ traumatica per tutti del lockdown (il libro è stato pubblicato da Nottetempo). L’idea è molto semplice. Caffo ricostruisce l’itinerario di quattro personaggi che nella loro vita hanno scelto la via della semplicità che porta, per un periodo della loro vita, ad avere come casa una capanna. Sono il pensatore e scrittore americano Henry David Thoreau, per due anni, due settimane e due giorni, dal 4 luglio del 1845; il matematico e terrorista Theodor ‘Unabomber’ Kaczynsky dal 1971 alla sua cattura nel 1996; il grande architetto Le Corbusier dal 1952 al 1965, anno della sua morte in mare proprio davanti al Cabanon progettato per la moglie Yvonne Gallis. Discorso a parte riguarda la capanna di Ludwig Wittgenstein, nascosta dentro il fiordo norvegese di Lustra, nella quale il filosofo cercò tante volte rifugio a partire dal 1914, quando abbandonò l’Università di Cambridge. Leonardo Caffo da parte di altri. E se la rete prendesse il sopravvento? La profezia di Stephen Hawking nota come “Singularity” avvicina piú del previsto la letteratura fantascientifica di Philip K. Dick alla realtà: potranno un giorno le macchine evolversi fino a mettere in scacco le nostre volontà? A me in realtà questo scenario, abbastanza inverosimile, interessa poco; ciò che trovo interessante riguarda invece l’impossibilità di una vita semplice e genuina nel dilagare di una rete che si è trasformata da strumento di consumo a consumo dei suoi stessi strumenti (noi). Tra le quattro storie che racconta nel libro, c’è anche quella di un grande architetto, Le Corbusier, che nella sua vita ha sempre progettato case, con grande attenzione alla loro abitabilità e al dato umano del costruire. Come si spiega questa sua scelta di ritirarsi nel Cabanon? Le Corbusier ha già 64 anni quando fa questa scelta e la sua esistenza, come il suo progetto, è ormai compiuta: la semplicità che emergerà in questa terza immagine di una vita possibile non è una strategia di fuga, ma di uscita. Soddisfatto fino alla sazietà della fama e del denaro che gli ha portato, autore riconosciuto di un’autentica rivoluzione architettonica planetaria, legge un nuovo e definitivo modo di vivere. Il Cabanon, prefabbricato in Corsica, arriva via nave e treno a Cap Martin. Si sposta, cioè, dal contesto sociale a quello naturale. Le Corbusier comincia a comprendere che ciò che diventa sempre più interessante ai suoi occhi è lo spazio esterno alla costruzione, dove inizierà di fatto a trascorrere le sue giornate… Alla fine della sua vita, nelle sere d’estate di fronte alla capanna, Le Corbusier non era più un architetto, era l’architettura stessa: come nelle storie zen, l’oggetto della sua esistenza si era trasformato nel soggetto.

15 O S S I M O R I “ C H U T Z P A H ” S T O R I A D E L L ’ A T E L I E R D E L L ’ E R R O R E “Chutzpah” è un termine yiddish che indica una particolare accezione di “coraggio”: va nella direzione di “sfacciataggine”, con riferimento alla fiducia in sé che permette di tentare sfide ritenute impossibili. La storia dell’Atelier dell’Errore è una vera prova di “Chutzpah”. Come possono dieci ragazze e ragazzi usciti dalla neuropsichiatria infantile pensare di diventare, superata la soglia dei diciotto anni, degli artisti professionisti? Se la Asl non li copre più con i suoi atelier per passati limiti di età, ecco che si tenta la strada del mare aperto. Così è accaduto, grazie anche al fatto che il professore capitato per “errore” ad insegnare alla Asl, ha fatto anche lui il passo. Lui si chiama Luca Santiago Mora, è artista visivo, ma da anni è diventato il capo ciurma di questa realtà incredibile che oggi si è affermata come uno dei collettivi artistici più interessanti e innovativi d’Italia. Perché quel nome? «Il primo “errore” dell’atelier sono stato io» risponde Santiago Mora. «O almeno così mi ha fatto sentire il senso di inadeguatezza che ho provato rispetto alla complessità di ragazzini inviati dalla neuropsichiatria. Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre “errori”, grazie a noi normali: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno dove non vengono invitati mai... e infine sull’“errore” si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la potenzialità poetica di questi ragazzini, sconosciuta a molti, a me per primo». Sulla base di queste certezze non preventivate, anno dopo anno, è stato possibile costruire una squadra che oggi è diventata impresa culturale a tutti gli effetti. Sono cooperativa sociale nel settore creato ad hoc sull’onda della loro esperienza di “studio d’arte”. Lavorano in uno spazio che un imprenditore, appassionato collezionista, Luigi Maramotti, ha riservato loro, a Reggio Emilia. Sono tutti regolarmente stipendiati, proprio come fossero in uno di quegli atelier medievali, dove si lavorava all’unisono, ciascuno con competenze specifiche, su un unico progetto: la fotografa in questa pagina rende l’idea di come avviene il processo produttivo nell’Atelier. E i progetti sono complessi e ambiziosi, sempre all’insegna di quella “Chutzpah” di cui abbiamo detto. In questo momento sono presenti con loro opere a Venezia, alle Procuratie Vecchie, il palazzo su piazza San Marco, restaurato da Assicurazioni Generali; e sono presenti a Torino, alla Galleria d’Arte Moderna. Insomma, luoghi top per qualunque artista. A Venezia hanno proposto una grande doppia installazione, con forme fantasmagoriche disegnate con foglia metallica d’oro e pennarello nero su un tessuto rosso acceso. La prima è bidimensionale e s’intitola, “Pater, il Sovra-Vissuto”; la seconda è una tenda, “Tenda-Mater”, sulla quale è disegnato, con la stessa tecnica, un corpo spiraliforme al cui centro c’è un figlio, accolto e protetto. In sostanza è quasi un presepe audace e senza tempo. A Torino si vedono invece i loro “Mostri custodi”, disegnati a più mani, con un accanimento e una perizia da miniaturisti. Hanno nomi fantastici, che sono parte integrante di questi processi creativi (“Insetto Carnefice”, “Pirotico Ferrocito”). Sono lavori di qualche anno fa che vediamo poi evolvere in opere tecnicamente più complesse, realizzate su AdETex, nastro americano rosso su tela, con smalti e foglie d’oro, marcati da segni neri. Creativi in tutto, anche nelle soluzioni tecniche che escogitano. (E, per favore, non chiamiamola outsider art…) Giuseppe Frangi Atelier dell'Errore, laboratorio d’arti visive

16 Il concept per il restyling dei vini della Bio Fattoria Sociale Ama Terra è nato dalla lettura del libro di Francesco Cicchi “Pietra, l’anima e l’infinito da abitare” (La Meridiana). Il libro raccoglie una selezione di storie, ritratti e riflessioni che sono il risultato di tutti gli incontri fatti nei suoi anni di lavoro nel sociale. Leggendo queste storie, e sottolineando a matita alcuni passaggi, è scaturita una necessità quasi viscerale di delineare un percorso facendo emergere alcune A M A T E R R A I V I N I E L E P E R S O N E Andrea Castelletti Creative Director delle riflessioni presenti nel libro. Così è nata l’idea di estrapolare alcuni di questi passaggi e sovrapporli alle etichette attraverso dei ritagli di carta bianca che, come dei cerotti, sono posti lì per curare l’anima. Eleganti, forti, ma essenziali, queste etichette vogliono provare a trasmettere la speciale capacità umana di dare luce all’ombra, che è la missione di Ama Aquilone.

17 Foto di Marco Biancucci

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