Itaca n. 16

12 Dimora e Identità La dimora contribuisce a creare e a stabilizzare la propria identità. Nei nostri paesi e piccole città la convivenza era stata pensata attribuendo a ciascuna famiglia una dimora. Le case erano proporzionate al numero dei componenti la famiglia. Nelle campagne, con la mezzadria, erano case ampie, fino ad arrivare a oltre 15 componenti. Al primo piano l’abitazione, a piano terra le stalle per i bovini, le pecore, i conigli, i polli e le papere. Il terreno da coltivare veniva assegnato contando il numero delle braccia: quelle degli uomini valevano il doppio di quelle delle donne. I genitori sistemavano i figli sposati attribuendo loro una camera; veniva imbiancata con colori tenuti: verdino, celestino, più raramente rosa. Lo zoccolo aveva il privilegio delle vernici a olio, in genere di colore marrone per omologarsi con il pavimento di mattoni rossi.. In quella camera sarebbero cresciuti i figli nati, fino all’età di dieci anni, per poi essere sistemati, con i loro cugini, in camere comuni. Nei paesi le case erano singole: appoggiate l’una all’altra, così da costituire la via. Era previsto che le pareti contigue fossero comuni. Esistevano quelle dei ricchi, ampie ed eleganti e quelle dei poveri: cucina, due-tre camere, le scale, senza il bagno. La vita si svolgeva in cucina, nell’unica stanza riscaldata, senza sottotetto, cosicché, con la pioggia si sarebbe ascoltato il tic-toc della gocce sui coppi del tetto. La vita sociale si svolgeva sulla via: la casa garantiva l’identità, insieme al gatto e al cane che, con una buca sulla porta d’ingresso, sarebbero entrati ed usciti a proprio piacimento. La bellezza era relativa: comunque ogni casa avrebbe avuto dettagli, designando personalità per rimanere unica. Un tavolo, le sedie, i quadri, le fotografie, i centrini, le coperte, le tendine delle finestre sarebbero state uniche e soltanto tue. Con il boom degli anni ’60 sarebbero sorti i condomini. La casa rimaneva unica, ma delimitata, in compagnia di altri appartamenti. Era solo in parte casa, perché costruita per appartarti: su piani diversi e con portoncini d’ingresso tutti uguali. Solo l’etichetta del citofono avrebbe indicato la tua famiglia. La via non era più adatta alla vita sociale: inizierà l’isolamento che porterà a convivere senza conoscenze. Le abitazioni si moltiplicarono creando quartieri ammassati, illogici, invivibili. La fame di case superò ogni razionalità, non prevendendo il prezzo da pagare nel tempo. Luoghi desolati, su distanze e organizzazione penalizzanti: vi andranno ad abitare i meno ricchi, perché per chi aveva risorse saranno inventate isole a circuito chiuso, con il verde necessario, le piscine e i campi da tennis, tutelate da ingressi controllati 24 ore, per sette giorni. Una differenza più drammatica procurerà la mancanza di abitazioni. Cinquanta anni fa era impensabile: anche i più poveri avevano magari un tugurio: non era possibile che una persona dormisse per strada e non avesse un luogo dove rifugiarsi. L’immigrazione selvaggia, la disgregazione delle famiglie, i fallimenti, i problemi, la povertà, la mancanza di lavoro hanno popolato il nostro Paese di 50/70 mila persone “senza fissa dimora”; occorrerebbe dire semplicemente “senza dimora”. Gli sfratti in Italia sono stati stimati in 150 mila. Famiglie che non riescono a pagare nemmeno la quota delle case popolari. È la disuguaglianza indotta da uno sviluppo che avrebbe dovuto garantire maggiore benessere, ma che ha penalizzato i fragili. Anche gli abitanti delle singole case sono cambiati: famiglie disgregate, figli senza lavoro, promiscuità, addirittura luoghi di delitti; drammatica la solitudine. Non è semplice spiegare le cause di tali nuovi scenari; sicuramente occorre recuperare – cosa non affatto semplice – la sostanza della convivenza rassicurante. I bambini che non hanno goduto della sicurezza di una casa porteranno gli effetti negativi della loro crescita. Anche intervenendo con case-famiglia, le ferite rimarranno. I nuclei familiari nei quali si assaporano educazione, affetti, orientamenti, valori non sono ripetibili; rimangono i segni di vuoti incolmabili. Probabilmente è giunto il momento di raffreddare la spinta individualista e mercificata del cosiddetto progresso. Recuperare intimità, emozioni, legami è l’unica strada di un futuro “umano”. Non siamo macchine, né robot: abbiamo bisogno di vicinanza, stima, pazienza, perdono. Vale per ogni latitudine: oltre l’intelligenza è necessaria la presenza del cuore che invade parte indispensabile per una vita felice. DonVinicio Albanesi Casa colonica del XVIII secolo nel cuore della Comunità terapeutica "Casa Ama": per noi tutti è la "CasaVecchia".

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