Itaca n. 16

15 O S S I M O R I “ C H U T Z P A H ” S T O R I A D E L L ’ A T E L I E R D E L L ’ E R R O R E “Chutzpah” è un termine yiddish che indica una particolare accezione di “coraggio”: va nella direzione di “sfacciataggine”, con riferimento alla fiducia in sé che permette di tentare sfide ritenute impossibili. La storia dell’Atelier dell’Errore è una vera prova di “Chutzpah”. Come possono dieci ragazze e ragazzi usciti dalla neuropsichiatria infantile pensare di diventare, superata la soglia dei diciotto anni, degli artisti professionisti? Se la Asl non li copre più con i suoi atelier per passati limiti di età, ecco che si tenta la strada del mare aperto. Così è accaduto, grazie anche al fatto che il professore capitato per “errore” ad insegnare alla Asl, ha fatto anche lui il passo. Lui si chiama Luca Santiago Mora, è artista visivo, ma da anni è diventato il capo ciurma di questa realtà incredibile che oggi si è affermata come uno dei collettivi artistici più interessanti e innovativi d’Italia. Perché quel nome? «Il primo “errore” dell’atelier sono stato io» risponde Santiago Mora. «O almeno così mi ha fatto sentire il senso di inadeguatezza che ho provato rispetto alla complessità di ragazzini inviati dalla neuropsichiatria. Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre “errori”, grazie a noi normali: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno dove non vengono invitati mai... e infine sull’“errore” si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la potenzialità poetica di questi ragazzini, sconosciuta a molti, a me per primo». Sulla base di queste certezze non preventivate, anno dopo anno, è stato possibile costruire una squadra che oggi è diventata impresa culturale a tutti gli effetti. Sono cooperativa sociale nel settore creato ad hoc sull’onda della loro esperienza di “studio d’arte”. Lavorano in uno spazio che un imprenditore, appassionato collezionista, Luigi Maramotti, ha riservato loro, a Reggio Emilia. Sono tutti regolarmente stipendiati, proprio come fossero in uno di quegli atelier medievali, dove si lavorava all’unisono, ciascuno con competenze specifiche, su un unico progetto: la fotografa in questa pagina rende l’idea di come avviene il processo produttivo nell’Atelier. E i progetti sono complessi e ambiziosi, sempre all’insegna di quella “Chutzpah” di cui abbiamo detto. In questo momento sono presenti con loro opere a Venezia, alle Procuratie Vecchie, il palazzo su piazza San Marco, restaurato da Assicurazioni Generali; e sono presenti a Torino, alla Galleria d’Arte Moderna. Insomma, luoghi top per qualunque artista. A Venezia hanno proposto una grande doppia installazione, con forme fantasmagoriche disegnate con foglia metallica d’oro e pennarello nero su un tessuto rosso acceso. La prima è bidimensionale e s’intitola, “Pater, il Sovra-Vissuto”; la seconda è una tenda, “Tenda-Mater”, sulla quale è disegnato, con la stessa tecnica, un corpo spiraliforme al cui centro c’è un figlio, accolto e protetto. In sostanza è quasi un presepe audace e senza tempo. A Torino si vedono invece i loro “Mostri custodi”, disegnati a più mani, con un accanimento e una perizia da miniaturisti. Hanno nomi fantastici, che sono parte integrante di questi processi creativi (“Insetto Carnefice”, “Pirotico Ferrocito”). Sono lavori di qualche anno fa che vediamo poi evolvere in opere tecnicamente più complesse, realizzate su AdETex, nastro americano rosso su tela, con smalti e foglie d’oro, marcati da segni neri. Creativi in tutto, anche nelle soluzioni tecniche che escogitano. (E, per favore, non chiamiamola outsider art…) Giuseppe Frangi Atelier dell'Errore, laboratorio d’arti visive

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