Lavoro e diritti in Valle d'Aosta
democrazia e libertà. Colombo infatti non era “uno studiato”, la sua cultura è istintiva, cresciuta esclusivamente respirando l’atmosfera della fabbrica e affinatasi poi con la lettura dei giornali e delle pubblicazioni del partito. Questi approfondimenti gli servono per stare al passo con i tempi, per aggiornarsi: la sua curiosità è qualcosa di innato. La conoscenza delle cose del mondo e della realtà esterna servono a consolidare una sua radicata convinzione che, all’insegna dell’ottimismo, soleva riassumere in una frase “Coraggio, ricordatevi che il mondo va avanti”. Dunque non fermarsi, non rimanere mai sul colpo! Piuttosto guardare al futuro senza ripiegarsi troppo a piangere neppure sulle sconfitte subite. Ciò ovviamente non gli impedisce di essere comunque realista tanto da fargli dire, all’atto del V Congresso della CGIL del 1960: “La situazione in Valle sul piano occupazionale presenta sintomi e aspetti sempre più preoccupanti con una diminuzione in pochi anni di oltre 2410 addetti alla quale si potrebbe porre rimedio se i due terzi del reddito che rimane agli industriali non venisse tranquillamente trasferito fuori Valle, anziché essere investito nelle loro aziende per lo sviluppo dell’attività industriale della nostra regione” 1 . La crisi si avverte dunque in maniera pesante, tanto più nel settore minerario e specie a La Thuile. Nel giro di otto anni – dal 1948 al 1956 – si è passati da 1040 a 384 occupati; una diminuzione dagli aspetti drammatici che, stante la situazione, porta inevitabilmente verso la definitiva chiusura degli impianti. E allora? Perché non prospettare una soluzione, per l’epoca, sicuramente rivoluzionaria, anche se presenta, vista con gli occhi di oggi, più di un problema di ordine ambientale ed ecologico? Colombo si pone, comunque e in una circostanza del genere, in una prospettiva di assoluta modernità e in stretta coerenza con la sua filosofia “del mondo che va avanti”, ipotizzando una riconversione dell’utilizzo del carbone e cioè dalla produzione siderurgica a quella di energia elettrica. Nella citata relazione congressuale compare quindi la proposta di coinvolgere la Direzione della Cogne e l’Amministrazione regionale “nella costruzione di una centrale termoelettrica all’imbocco della galleria di Morgex utilizzando questa antracite per raggiungere oltretutto la finalità di poter disporre in Valle delle leve necessarie per promuovere una politica di sviluppo economico”. Ma non basta in quanto c’è un altro elemento da non sottovalutare “mettere a disposizione degli utenti energia elettrica a prezzi inferiori da quelli praticati dal monopolio”. Questa seconda intuizione consente di fare emergere la figura del sindacalista che non si limita a rinchiudersi nel bozzolo di un’azione caratterizzata da mero rivendicazionismo, ma si apre ai problemi generali per divenire altamente propositivo, in una visione ampia e dinamica delle esigenze di un’intera comunità. La comunità valdostana d’altronde sa di vivere in simbiosi con la Cogne, vuoi per l’importanza essenziale che essa riveste nel quadro complessivo dell’economia regionale e vuoi per una sorta di legame quasi affettivo che i valdostani hanno nei confronti di questa società che, attraverso luci ed ombre, ha pur sempre costituito un importante fattore di progresso, di sviluppo e di proiezione oltre gli angusti confini di una Valle, costretta per secoli a vivere rinchiusa in se stessa, in un isolamento quasi totale. Aosta infatti si presenta all’epoca come un polo industriale di primaria rilevanza nazionale e internazionale. Del resto questi incontestabili dati di fatto si appalesano, con estrema evidenza, in due momenti particolarmente difficili e tormentati per i lavoratori dello stabilimento. Si tratta di due scioperi di grande portata e di una valenza tale da portare al blocco totale di ogni attività produttiva per periodi di lunga durata. Il primo, nel 1954, si protrae per ben 47 giorni e il secondo, nel 1960, comporta un’astensione dal lavoro di 19 giorni. Momenti di contrapposizione e di aspra conflittualità per ottenere miglioramenti salariali e più democrazia in fabbrica. Due contesti diversi e non sempre assimilabili anche perché, nell’occasione del 1954, la rottura dell’unità sindacale tende ovviamente a rendere meno efficace e più dispersiva ogni tipo di iniziativa, tanto da provocare a posteriori un amaro commento dello stesso Colombo: “La rottura dell’unità della CGIL ha comportato notevoli difficoltà sia sul piano delle lotte sindacali che su quello finanziario. Tra i lavoratori c’era chi visse quell’esperienza con l’ansia per il futuro e chi invece vedeva nella rottura una maggiore libertà di azione del sindacato rispetto alle lotte dei lavoratori. La componente cattolica, quella che poi diede vita alla CISL , costituiva infatti un freno. Lo sciopero, se per certi versi, 124 ] 1) Documento tratto dall’archivio della CGIL della Valle d’Aosta.
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