Lavoro e diritti in Valle d'Aosta
accusato dal primo di sovvenzionare “una certa Colonia appartenente ad una ben nota organizzazione il cui sistema educativo non risponde affatto alle esigenze della coscienza cristiana” 89 . La risposta del Sindaco di Pont-Saint-Martin fu netta, sostenendo che il Patronato non era un’associazione qualsiasi ma un Istituto formalmente riconosciuto dallo Stato, perciò le sue colonie potevano essere controllate in ogni momento dalla pubblica autorità e le critiche del Parroco erano immotivate perché “nelle colonie marine, funzionanti sotto l’egida dell’ INCA , non si fa politica e giornalmente viene celebrata la Messa, alla quale tutti i bambini sono liberi di assistere” 90 . Ciocchetti presentò al IV Congresso un’interessante relazione sull’attività dell’”Ufficio Contratti e Vertenze” della Camera del Lavoro, di cui era responsabile. Tra i successi riportati annovera i rinnovi dei contratti integrativi regionali per il settore edile con l’Associazione Valdostana Industriali che prevedeva netti miglioramenti per l’indennità di alta montagna e la copertura totale delle spese per i lavoratori operanti “fuori zona”, e con l’Associazione Agricoltori della Valle d’Aosta per i salariati agricoli, figura ora pressoché scomparsa. Nel siglare quest’ultimo accordo che oltre ai minimi salariali, alle qualifiche e alla parte normativa prevedeva che “il vitto deve essere sano ed abbondante, il dormire sia confortevole”, Ciocchetti affermava che si è tenuto conto delle non facili condizioni delle parti datoriali: “Infatti il contadino valdostano è anche lui un lavoratore soggetto allo sfruttamento dei monopolisti e degli agrari, egli si dibatte in difficoltà di carattere economico come l’operaio” 91 . Considerevole è l’entità delle somme recuperate dalle vertenze risolte a favore dei lavoratori, in tutto 16.178.565 di lire nel triennio 1952 – 1955 . Quasi un terzo di questa cifra era dato dalle penalità pagate dalle Aziende – soprattutto Cogne e ILSSA Viola – per i licenziamenti individuali, mentre capeggiava il settore edile con una cifra di 3.000.000 di lire per il non rispetto delle paghe contrattuali, ricatto costante nei confronti dei lavoratori provenienti dal Veneto e dal meridione. La relazione di Ravina contiene gli spunti per quella riflessione autocritica che la CGIL nazionale stava sviluppando nella fase congressuale, come primi elementi per una svolta verso la contrattazione aziendale e per la definizione di un sistema di diritti dei lavoratori e sindacali, sancito quindici anni dopo con la Legge 300, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori. Partendo dalla delusione dei lavoratori per i risultati della vertenza dell’anno prima sul conglobamento salariale e per l’aumento delle retribuzioni, Ravina riconosce l’opportunità - pur non smentendo la contrattazione nazionale - di un’articolazione aziendale o territoriale della stessa anche sul piano economico: “Per cui reputiamo che in ogni fabbrica tutti gli aspetti del rapporto di lavoro possano essere riveduti come accordi aggiuntivi rendendo la remunerazione del rapporto di lavoro più aderente alle condizioni ed alle possibilità delle singole fabbriche…D’ora in poi dobbiamo porci l’obbiettivo che tutto deve essere trattato e convenuto con il consenso dei lavoratori o dei loro rappresentanti. Anche la singola gita a Stresa o il prezzo del carbone o il volume del carbone che la ditta deve mettere a disposizione del lavoratore deve essere pattuito, poiché anche queste sono forme di retribuzione differite, guadagnate dal lavoratore con il suo lavoro” 92 . Superando una visione catastrofista delle dinamiche del capitalismo, Ravina riconosce che “il miglioramento tecnico degli impianti, l’automatizzazione del lavoro, hanno portato un elevato aumento della produzione e hanno portato ad un rilevante aumento dei profitti capitalisti, mentre ai lavoratori hanno portato maggiore disoccupazione, un aumento del logorio fisico e dello sfruttamento senza per contro aver ottenuto un miglioramento del loro tenore di vita” 93 . Da qui scaturivano una serie di proposte rivendicative che spaziavano dalla stipulazione fra CI e Aziende di “regolamenti aziendali” a salvaguardia della dignità e dei diritti di ogni lavoratore, alla regolamentazione giuridica dei licenziamenti, in particolare individuali, e delle funzioni delle CI che per la CGIL dovevano divenire soggetto contrattuale. La relazione di Ravina non poteva non riflettere il pesante clima politico di quegli anni all’interno delle Aziende, come traspare dalla sua forte denuncia: “Il dispotismo, la discriminazione politica dei lavoratori, in buoni e cattivi, sono divenuti per il padronato italiano una norma, un metodo, specie nelle grandi aziende monopolistiche, non 108 ] 89) “Risposta all’asino”, Le Travail , 22.5.56. 90) Idem. 91) IV Congresso CGIL e VdA – Relazione Ufficio Contratti e vertenze, pag. 2, Archivio CGIL, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta. 92) Relazione introduttiva di Ravina, Idem, pag. 15. 93) Idem, pag. 11.
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