Itaca n. 17

6 Pistoletto allo specchio o specchio è il simbolo dell’edizione di Ama Festival 2023: inevitabile rivolgersi a chi ha fatto dello specchio l’oggetto chiave del proprio percorso artistico: Michelangelo Pistoletto. «Quando mi si chiede quale sia l’opera che più mi rappresenta, non ho esitazioni: è sicuramente il quadro specchiante. In realtà non è solo un’opera, ma un progetto che prosegue nel tempo». Michelangelo Pistoletto, 90 anni, con grande lucidità e chiarezza guarda alla sua ormai lunga parabola artistica e ancora fissa il punto fermo in quell’idea scaturita nel 1961, con l’opera Uomo grigio di schiena, e che è continuata ad evolvere con il tempo. «Le superfici specchianti hanno questo aspetto che supera il limite dell’espressione soggettiva dell’artista. Vanno oltre: insieme alle immagini fissate che documentano la vita nel suo esistere e nel suo manifestarsi, il riflesso del quadro racconta immediatamente, senza interventi umani, ciò che è l’esistenza nel suo prodursi continuo, uno spazio tempo che diventa l’elemento essenziale. Sono opere in cui la materia non rappresenta più se stessa, ma rappresenta solo ciò che ha di fronte, un elemento speculare di verità sulle cose». Pistoletto ha messo a punto definitivamente la tecnica dei Quadri specchianti nel 1973: l’immagine viene dipinta su carta velina, ottenuta ricalcando una fotografia ingrandita a dimensioni reali e applicata su una lastra di acciaio inox L Ama Festival lucidato a specchio. Dal 1973 la velina dipinta è stata sostituita da un processo serigrafico grazie al quale l’immagine fotografica di partenza viene trasposta direttamente sulla lastra d’acciaio riflettente. Anche la più importante ed impegnativa delle creazioni di Pistoletto, cioè la Cittadellarte, sorta a Biella, dove lui è nato, trae origine dal lavoro artistico condotto sullo specchio. Così l’artista chiarisce questo nesso: «Cittadellarte nasce come spazio zero, cioè svuotato di tutti i fatti e i fenomeni che riguardano il contesto umano e sociale. Un vuoto però riempito magneticamente, poiché, come lo specchio, riflette tutti quanti quei fatti e quei fenomeni. Da questo stato si è attivata nel processo di trasformazione sociale responsabile, che rappresenta la linea guida di tutte le sue attività». «Lo specchio», continua l’artista, «ha rappresentato ai nostri occhi il luogo dell’irrealtà e della fantasia. Invece nel mio lavoro lo specchio è fenomenologico in senso scientifico: se si fa un passo indietro di un metro, entri nello specchio di un metro; se fai dieci passi indietro entri nello specchio di dieci passi... Riportato ad una dimensione temporale e non spaziale, questo significa che se vai indietro all’infinito, specularmente entri in un analogo futuro infinito». La suggestione dell’infinito inevitabilmente porta il discorso sull’opera-icona di Pistoletto, il Terzo Paradiso. Nel 2003 l’artista aveva scritto il manifesto del Terzo Paradiso e ne aveva disegnato sulla sabbia il simbolo, costituito da una riconMichelangelo Pistoletto allo specchio figurazione del segno matematico d’infinito. Da allora quel simbolo è stato moltiplicato in tantissimi contesti, con forme sempre diverse. «Il Terzo Paradiso», spiega l’artista, «è la fusione fra il primo e il secondo paradiso. Il primo è quello in cui gli esseri umani erano totalmente integrati nella natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana, fino alle dimensioni globali raggiunte oggi con la scienza e la tecnologia. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altro genere di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, ingenera, parallelamente agli effetti benefici, processi irreversibili di degrado e consunzione del mondo naturale. Il Terzo Paradiso è la terza fase dell’umanità, che si realizza nella connessione equilibrata tra l’artificio e la natura. È il grande mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità nella visione globale. Il termine paradiso deriva dall’antica lingua persiana e significa “giardino protetto”. Noi siamo i giardinieri che devono proteggere questo pianeta e curare la società umana che lo abita». Un impegno che è ovviamente al cuore della missione di Cittadellarte. Conclude l’artista: «Abbiamo assunto il concetto di condivisione come matrice di una concezione dei rapporti umani radicalmente differente». Differente da cosa? Dalla logica della moltiplicazione che regge il sistema dell’accumulazione, dell’accorpamento e dell’occupazione possessiva». Grazie, maestro.

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