Itaca n. 17

3 Essere vasti in profondità n intellettuale, prima ancora di essere qualcuno che dice delle cose sul mondo è uno che abita il mondo in un certo modo. È uno che difende il mondo dai suoi nemici che sono quasi tutte le persone che stanno al potere politico, economico e a volte anche religioso. Per questo l’intellettuale diventa inevitabilmente una figura che necessariamente, in qualche modo, collide col potere. Non esiste un intellettuale che non disturba nessuno. Se non disturbi nessuno, vuol dire che stai girando un po’ alla larga. Certo, è una cosa che si può fare e che può essere anche utile in certi momenti. Ma oggi, dopo la stagione del Covid, gli intellettuali devono essere più esigenti, puntigliosi, attenti nel chiedere agli altri esseri umani, a cominciare dai propri territori, di non tornare alla cosiddetta normalità, a come vivevamo prima. Invece questo sta accadendo. Una normalità estenuata, avvelenata, insolente, abbrutita e impoverita. Io credo che si debba rivendicare una libertà per gli individui, che non è quella illusoria dell’individuo. L’uomo ha una profondità, una vastità che l’approccio di produzione e consumo non rispecchia. L’intellettuale ha il compito di ricordare questo e così lavorare per un mondo che permetta agli uomini di essere vasti in profondità. L’artista ha il compito di tenere largo il mondo, prima ancora che di trasformarlo. L’idea che il compito di un intellettuale sia quello di battersi per cambiare le cose è un’idea superata. Ci si deve arrendere all’evidenza che il mondo cambia quando vuole lui, o quando lo vuole una maggioranza di persone. In tanti casi non cambia affatto, perché ai più sta bene così come è. Così accade che per reazione gli intellettuali, i poeti e gli artisti mettano il broncio nei confronti della propria epoca. Ma in questo scorgo una pigrizia che non è degna di un intellettuale. Invece di tenere il broncio il poeta deve seminare sconcerto, dare scosse, costringere a ripensarsi in un’altra maniera. Ma questo accade se viene toccato il corpo di chi legge. La lettura di un vero poeta produce una sorta U Franco Arminio Ama Festival I bambini della Scuola La Zolla, percorso #MATERIAMI di Ambarabart per Casa Testori di contatto fisico anche, semplicemente, attraverso le parole. Altrimenti la poesia, pur circolando e diffondendosi, sia un po’ fessa, puramente coreografica. Una distributrice di consolazioni a buon mercato. La poesia ha certo anche una carica consolatoria. Ma la consolazione ce la si deve guadagnare, restando vigile come lettore. La poesia dovrebbe irradiare il quotidiano. Penso che si potrebbe aprire un collegio docenti leggendo una poesia; così il pranzo e la cena in ogni famiglia dovrebbe iniziare sui versi letti di una poesia. I bar dovrebbero essere pieni di poesia, così i cinema, gli uffici pubblici. Insomma, la poesia dovrebbe essere presente nei nostri spazi, nei luoghi normale della vita di ogni giorno. Presente nelle cerimonie, nei funerali, ai matrimoni. La poesia dovrebbe essere molto popolare. Ma popolare vuole dire che è frutto di un lavoro vero da parte dei lettori; vuol dire rispondere ad una necessità. Questo lavoro è un lavoro da fare sulle parole. Oggi viene messo al mondo un numero sterminato di parole. Siamo esposti quasi ad un naufragio nelle parole. Abbiamo davanti un velo di parole inerti che scivolano sopra una roccia di parole vive, che hanno bisogno di essere scoperte. Quindi il rischio è che si perda di vista la ricerca di una parola ulteriore, più carica, più densa, più necessaria per la nostra vita. Una parola che abbia del silenzio intorno. La parola poetica è una parola di questo tipo. È una parola che zampilla dalla carne e che in qualche modo è sorprendente, sia rispetto a chi la pronuncia, sia a chi la riceve: la parola poetica deve avere questa energia di stupore. La parola poetica è cosa che mette in ordine delle cose, le sistema o le organizza. La parola poetica non codifica la realtà, ma la allarga, la smuove. Ci sottrae dal nostro nido. Per questo è tanto preziosa. Questo accade perché la parola poetica è esperienza che butta giù da cavallo. Non è esperienza di chi vola o di chi sogna, ma è di chi sta a terra, di chi striscia, di chi è nell’affanno, nello spavento. Di chi è nel non sapere dove andare. È una parola del corpo, che scaturisce da una nostra postura percettiva. A me interessa la parola dei percettivi e non la parola degli opinionisti. Il poeta, scrittore e “paesologo” avellinese è protagonista di Ama Festival 2023. Al cuore del suo “I care” sta la fede nel valore della parola. Come spiega con questa sua testimonianza.

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